Schiena dritta, legno storto

Non c’è bisogno di passare al pettine la prestigiosa redazione dell’Economist per trovare voci scandalizzate dall’anomalia italiana. Dalle segreterie dei partiti all’uomo della strada passando per i giornali trasparenti e perbene, c’è sempre qualcuno che a proposito di qualsiasi argomento sostiene che all’estero certe cose non esistono, che l’Italia è un’eccezione vergognosa e che fa bene chi può ad abbandonare la nave prima che affondi.
21 AGO 20
Immagine di Schiena dritta, legno storto
Non c’è bisogno di passare al pettine la prestigiosa redazione dell’Economist per trovare voci scandalizzate dall’anomalia italiana. Dalle segreterie dei partiti all’uomo della strada passando per i giornali trasparenti e perbene, c’è sempre qualcuno che a proposito di qualsiasi argomento sostiene che all’estero certe cose non esistono, che l’Italia è un’eccezione vergognosa e che fa bene chi può ad abbandonare la nave prima che affondi. Sul rapporto fra la politica e l’informazione, poi, maître à penser, libri, corsi di laurea, festival e decine di altri rispettabili contesti con la schiena dritta che propugnano da decenni l’idea che il conflitto d’interessi italiano in generale e berlusconiano in particolare sia l’anticamera – e a forza di anticamere prima o poi la camera arriva – della dittatura. La presunta controprova è sempre la stessa: all’estero non succede.

Senonché un rapporto
del Center for Responsive Politics pubblicato ieri spiega che in America ci sono sessanta parlamentari che hanno partecipazioni nell’industria dei media. Politici democratici e repubblicani hanno comprato di tasca propria quote di giornali, pezzi di televisioni, hanno fatto donazioni generose a questa o a quella corporation che si occupa di informazione. Il senatore John Kerry, il candidato alla presidenza sconfitto da Bush nel 2004, ha investito due milioni e mezzo di dollari in Comcast, gruppo che detiene decine di network nazionali e un altro milione e rotti lo ha messo nella NewsCorp. di Rupert Murdoch, che fra le altre controlla Fox News e il Wall Street Journal. Il deputato democratico di New York Gary Ackerman possiede la compagnia Tribco, che pubblica giornali nello stato in cui è eletto. Il suo collega Anthony Weiner, travolto dallo scandalo delle foto inviate via Twitter e non solo, ha investito 15 mila dollari nel New York Times. Cifra irrisoria, si dirà, ma in Italia sarebbe abbastanza per una lamentazione collettiva delle vergini dell’informazione, quelle per cui le braghe degli altri sono sempre calate.

Spesso usando mogli e mariti come prestanome, i parlamentari americani hanno complessivamente investimenti milionari. Prima di lasciare il Congresso la deputata della California Jane Harman possedeva Newsweek per interposto (e compianto) marito, e anche fuori da Washington ci sono politici che possiedono non solo giornali ma carri armati dell’informazione. Michael Bloomberg per non sbagliare ha messo il proprio cognome su tutte le sue testate. Nulla di scandaloso per chi sa che l’informazione non è una monade che scruta il mondo senza esserne parte; scorno solenne per i puritani militanti che usano il sempreverde argomento dell’estero per dare lezioni a cui un osservatore in buona fede non dovrebbe prestar fede.